Come se.
giovedì 14 aprile 2016
"[...] Pensare alle cose sbagliate non fa bene mi dicono, ma io non riesco a fare altrimenti perché tutte le cose sbagliate sono quelle che compongono la mia vita ora e quindi non so a cosa pensare per rimediare. Ho come l'impressione che il movimento potrebbe essere un inizio ma non riesco a muovermi verso l'inizio della pista per raggiungere il traguardo e questo è un po' ridicolo forse buffo o solo semplicemente penoso. Non c'è niente di interno a me che mi suggerisca di rimanere a galla invece di affondare, anche se di esterno ci sono molte cose che mi dicono di continuare e mi afferrano la mano nera. Il problema è che le cose devono sempre partire da dentro di sé perché altrimenti non funzionano e non hanno autonomia, ma sono spinte che si esauriscono in poco tempo e tanto sforzo. La vita è questa e sarà sempre questa, la vita, quella cosa che mi rifiuto di passare in un modo, ma non mi piace nemmeno passare in un altro e nemmeno altre soluzioni vanno bene. Dicono che a volte scappare sia giusto per il coraggio che ci metti, io penso che non sapersi adattare a quello che hai sia vigliacco, come vigliacca è la mia attitudine all'inquietudine e al naufragio in mare aperto freddo e nero come il mio riflesso."
dal blog nonhounacasa.tumblr.com
Fino ad ora, per me, il 2016 si è rivelato un anno sciagurato. Sotto più o meno tutte le prospettive. La sensazione, dicevo stasera al mio coinquilino ottimista fin nel midollo, è quella di un accanimento senza remore.
Ed io sono talmente stanca che ho paura che qualsiasi cosa accadrà da ora in avanti, semplicemente, non mi interesserà più.
martedì 5 aprile 2016
domenica 3 aprile 2016
lunedì 14 marzo 2016
" Io solo una cosa vojo sapè...ma tu chi cazzo sei? Ti ha morso un ragno? Un pipistrello? Sei cascato da n'artro pianeta?" - Lo zingaro
Lo Chiamavano Jeeg Robot, 2015 dir. G. Mainetti
" Qua in Italia famo storie banali con personaggi impossibili, cioè che non esistono. Le cose più belle le fanno quelli che fanno storie impossibili con personaggi reali"
Intervista al regista su Nocturno.it
L'ho visto al cinema due volte e, se ne avessi il tempo, lo vedrei anche una terza. Ma non tanto perché il film sia un capolavoro che entrerà negli annali della cinematografia italiana: ha i suoi limiti e le sue imperfezioni e questo lo sa bene anche il regista. E magari è proprio per questo che ha una sua perfezione, una sua originalità, un qualcosa che lo rende talmente particolare da averlo fatto diventare un piccolo cult in nemmeno due settimane di programmazione.
Lo rivedrei una terza volta solo per capire cosa aspettarmi la prossima volta che andrò a vedere un film di Mainetti. Ché la cosa non è per niente scontata.
La prima volta che sono uscita dal cinema, nell'aria piovosa di un sabato pomeriggio torinese, continuavo a pensare:"non è quello che sembra". E il mio giudizio si era risolto in un grande "non lo so" che scivolava come la pioggia nelle pozzanghere che cercavo di evitare, assorta com'ero a pensarci ancora.
Ci pensavo non perché le mie aspettative fossero state deluse, ma perché non avevo preventivato la svolta narrativa drammatica che è il cuore del film. Né ero preparata al coinvolgimento derivato dall'atmosfera che si respira in ogni fotogramma,una sorta di spiazzamento che è andato oltre la classica sospensione dell'incredulità propria del caso. Continuavo a ritornare con la mente a quando sono andata a vedere "Million Dollar baby",più di 10 anni fa, e a quanto ero rimasta abbastanza colpita dalla capacità di Clint Eastwood di imprimere una virata fondamentale a quello che mi aspettavo fosse una sorta di Rocky al femminile e invece no.
Ecco, Mainetti ha fatto più o meno la medesima cosa: ha usato quella che io chiamo la filosofia morale di un anime giapponese, che ha segnato l'infanzia/adolescenza della quasi totalità del pubblico che è andato a vederlo, non per fare intrattenimento ludico e un po' di nicchia, ma per andare oltre e "raccontare una storia impossibile con personaggi reali".
Per raccontare Roma e i suoi quartieri più malfamati e difficili; per raccontare il disagio di alcune anime in pena che non hanno altro modo per sopravvivere se non quello di crearsi un mondo dissociato dalla realtà; per raccontare quello che uno, cresciuto dalla parte sbagliata della barricata, convinto di non aver altra via se non quella di delinquere e sopravvivere, in una deriva che lo allontana da chiunque, è costretto ad essere e a pensarsi.
E poi all'improvviso l'impossibile. E lui, un antieroe dichiarato che sopravvive ai margini,alla fine diventa un eroe al di là di tutto. Al di là del dolore, di se stesso, del male che ha intorno, della perdita che subisce. E' un eroe che lo voglia o no e ci fa i conti fino in fondo,pagando anche un prezzo alto.
In questo film, ho realizzato poi, sono mescolati insieme elementi di un immaginario che ho già visto altrove ma che non mi hanno mai convinta davvero del tutto, come invece è successo ora: è come vedere la stessa intensità del richiamo della strada, di un mondo un po ' di confine, senza speranza, urlato nel dialetto romanaccio di "Non essere cattivo"(2015) di Claudio Caligari unito ad alla visione violentemente realistica del Tarantino di Pulp Fiction, con tanto di citazioni e splatter, ma con una lucidità d'insieme e una misura giusta e perfetta che in Tarantino io non ho mai trovato. A questo si unisce una caratterizzazione e un lavoro sulla psicologia dei personaggi, sulla loro fisicità, sul loro modo di esprimersi , che è talmente precisa e accurata che definirla la ciliegina sulla torta non rende.
Ecco, dovessero chiedermelo ora, dopo anni in cui dico che prenderò seriamente Tarantino solo quando farà un film con un certo spessore narrativo, posso tranquillamente dire che Mainetti è riuscito con questo film ad essere tarantiniano nella maniera esatta e perfetta che cercavo da tempo nell'originale.
Ed io spero che continui così, trovando in tutto questo una sua propria "poetica", un suo proprio tratto distintivo, affinando le già buone doti registiche che ha, ché nel prossimo film mi aspetto una sorpresa degna del termine.
Come direbbe lo Zingaro, mi aspetto er botto e sti cazzi.
(Potrei aprire un ulteriore capitolo sulla schiena, la voce e il bicipite di Santamaria, ma soprattutto sull'immenso e inarrivabile talento che è Luca Marinelli, ma ho idea che non renderei giustizia né all'uno né all'altro, quindi chiudo qui.)
sabato 12 marzo 2016
" [...] Mi manca la sera in cui non ho concluso niente. E anche se tornassi indietro nel tempo e sapessi già che la prima volta non avevo concluso niente so che andrebbe nello stesso modo. Perché in fondo, sono sempre la stessa persona che si lascia guardare senza rispondere e guarda te per avere risposte. Perché, come ora, anche ai tempi sapevo cosa volevo. E non ho comunque concluso niente. [...]"
dal blog Dodicirighe
Smettere di non concludere niente e sapere quello che voglio (o cominciare a volere davvero quello che so...) sarebbero un'ottima cosa.
E non parlo di sentimenti.
domenica 28 febbraio 2016
mercoledì 24 febbraio 2016
" Nel cuore c'è spazio per innumerevoli amori, amicizie, sentimenti...Ci riempiono la vita, ciascuno in modo diverso, ma ci lasciano l'identità."
Ho passato il week end a Lecce. Dall'ultima volta che ci sono stata sono passati sei lunghi mesi e, per quanto la mia voglia di tornare in Puglia latiti sempre, la mancanza di Angelica (e con lei di alcune persone che le gravitano intorno) era troppo forte. E poi è arrivato un altro piccolo fagottino, che ho conosciuto a soli 8 giorni di vita e il cuore mi è esploso di una tenerezza infinita. Questo viaggio s'aveva da fare.
Il week end è trascorso troppo veloce. Sono arrivata lì con il terrore che Angelica non si ricordasse più di me, che in qualche modo il legame che ci lega sin da quando è nata si fosse affievolito per forza di cose e tempo. E invece no. Per fortuna. Risalita sull'aereo,domenica mattina, l'unica cosa che avrei voluto era impacchettare una parte della Famiglia del Mulino Bianco e riportarla qui a Torino con me. Sensazione che ho sentito ancora più forte quando, appena atterrata, AmicoCapo mi ha inviato un video in qui Angelica mi diceva, nel suo linguaggio di bimba e il suo accento metà piemontese e metà salentino, di fare come ha fatto lei, prendere un aereo e tornare a Lecce.
Cose di piangere insomma.
Sono tornata a Torino con il cuore gonfio di sentimenti contrastanti.
Ed ho trovato ad attendermi l'altra bimba che, negli ultimi sei mesi, è il centro delle mie giornate. Mi mancava la sua caparbietà, i suoi sorrisoni e le sue sonore risate per le cose più semplici e banali; mi mancava soprattutto il suo venirmi incontro ad abbracciarmi, barcollando, ché a soli 10 mesi trovo la cosa più sorprendente da vedere e mi lascia sempre a bocca aperta, perché non ho mai visto una bimba più precoce di lei. Nemmeno Angelica.
Intorno ad Ambra, ho ritrovato i suoi affetti. Penso spesso che la caparbietà e l'impazienza siano doti che ha acquisito proprio dalle nonne, due donne con cui sono in contatto costante e che vegliano su di lei anche a distanza. La nonna più lontana, quella materna, che vive in Sicilia, mi scriveva la citazione con cui ho aperto questo post, raccomandandomi di riservare alla piccolina ancora più attenzioni perché la mamma sarebbe stata via qualche giorno per lavoro e lei aveva anche un po' di febbre.
Non ho potuto fare a meno di pensare che ha scelto la parola giusta per definire una sensazione che mi porto dietro sin da quando ho cominciato questo lavoro con Angelica, ma non sapevo individuare: IDENTITA'. Queste due bambine, così come D. e S.(gli altri due bimbi a cui sono legata), hanno proprio il merito di restituirmi la mia identità di persona, di strapparmi alla durezza della mia vita passata e insegnarmi che cos'è l'affetto innato, che cos'è il dare spontaneo senza aspettarsi null'altro in cambio che un semplice abbraccio, che cos'è il ridere di cuore per le cose più semplici ed elementari ( cosa che gli adulti si perdono inevitabilmente per strada, crescendo). E hanno il gran merito di aiutarmi ad aiutarle a crescere in un modo che tuttora, con le mie competenze di adulta, non riesco a trovare le parole per spiegare, ma so fare nei fatti. Ogni giorno, ogni momento che passo con loro. E, soprattutto, non si dimenticano di me, né mi chiedono di essere qualcosa di diverso da quello che sono. Ottengono il meglio di me per loro senza necessità di pretenderlo o chiederlo.
A volte penso che, in una maniera molto strana, le mie attitudini della giovinezza si siano in qualche modo fatte strada nella mia vita e avverate. Mi ricordo che a 18-19 anni, in quel periodo in cui la perdita di mia madre era troppo viva e presente nella mia esistenza, a chiunque mi chiedesse che cosa avrei voluto fare della mia vita rispondevo "la mamma". Forse non avrò mai figli miei, ci sono troppe incognite nella mia vita perché questa cosa accada, ma non posso fare a meno di guardare agli ultimi 3 anni e vedere che dal momento in cui ho avuto tra le braccia Angelica, e tutti gli altri bimbi dopo di lei, non ho fatto altro che fare, appunto, la mamma.
Quindi forse non è tutto sbagliato. Forse la mia identità, per quanto io stessa sia recalcitrante alla cosa, sia proprio quella di fare la mamma.
domenica 7 febbraio 2016
lunedì 1 febbraio 2016
Ciao Tom, sono quella che in Rocknrolla ti ha lungamente snobbato preferendoti Gerard Butler. ( che per altro, da allora, ha fatto un film di merda dopo l'altro, a differenza tua invece che non hai sbagliato nemmeno un colpo...).
Errori di gioventù imperdonabili. Chiedo venia. Non succederà mai più, te lo posso assicurare.
# il fatto che il tuo personaggio si chiamasse HANDSOME Bob avrebbe dovuto dirmi qualche cosa.
Iscriviti a:
Post (Atom)

