lunedì 22 giugno 2015






 



Colle del Nivolet, Parco del Gran Paradiso, Piemonte

Cose che ho imparato il giorno del mio 36° compleanno:
# che ci sono posti su questa terra in cui  posso  sentirmi letteralmente come se stessi toccando il cielo con un dito. Anche se sono solo a 2612 mt sul livello del mare
# che ci sono pensieri che non posso scrivere. A volte li posso solo sospirare, altre mugolare. In più di qualche caso, anche mugugnare.
# che ci sono posti immaginari nella mia infanzia che, invece, esistono davvero. Ed io non lo sapevo che fossero così meravigliosi.
# che il tempo che trascorri con le persone giuste, forse non può annullare del tutto l'amaro lasciato da quelle sbagliate, ma certamente lo attutisce e lo ridimensiona. E di questo non posso che ringraziare tutte le nuvole di questo cielo.
# che camminare tanto continua a non entusiasmarmi, ma che facendolo, sono arrivata più in alto(in senso letterale) di quanto mai potrò arrivare in vita mia. E mi sono sentita bene.
# che ci sono compleanni in cui la vita ti guarda dritta negli occhi e ti chiede cos'hai combinato con gli anni più che avevi a disposizioni. A me chiedono anche sempre che cosa farò con quelli che mi restano, per la verità, ma ieri no.

Non ringrazierò mai abbastanza chi ieri c'è stato con tutta la presenza di cui era disponibile, ed ha reso possibile una cosa a cui tenevo tantissimo. E chi invece era lontano e mi ha cercato per dirmi solo una parola, anche quelli che non ci sono riusciti per via del mio telefono intuppato.

"Nessuno può mettere in dubbio che le cose ricadano. Un signore si ammala e, un mercoledì, all'improvviso ha una ricaduta. Una matita sul tavolo ricade di continuo. E le donne, come ricadono! In teoria a nulla o a nessuno verrebbe in mente di ricadere ma si è comunque soggetti a farlo, soprattutto perché si ricade senza averne coscienza, si ricade come se non fosse mai successo prima. Un gelsomino, per fare un esempio profumato, quel suo biancore. Da dove proviene la sua faticosa amicizia con giallo? il semplie permanere è una ricaduta: il gelsomino, dunque. Per non parlare delle deplorevoli parole, sempre pronte a ricadere, o delle frittelle fredde, che sono la ricaduta perfetta. 
Contro tutto ciò si impone pazientemente la riabilitazione.
Nelle peggiori ricadute c'è sempre qualcosa che lotta per riabilitarsi, nel fungo calpestato, nell'orologio fermo, nelle poesie di Perez, in Perez. Ogni cosa che ricade ne ha già in sé una che si riabilita, ma il problema, per noi che pensiamo la nostra vita, è confuso e quasi infinito. Una lumaca secerne e una nube assopita; di sicuro ricadranno, ma una compensazione a esse estranea le riabilita, fa si che vadano inerpicandosi al meglio di se stesse prima dell'inevitabile ricaduta.
Ma noi, cara zia, come faremo, come ci renderemo conto di essere ricaduti se alla mattina stiamo così bene, dopo un buon caffellatte, e non riusciamo a valutare fino a che punto siamo ricaduti nel sonno o sotto la doccia? e se sospettiamo una nostra ricaduta, come faremo a riabilitarci? C'è chi ricade quando arriva in cima a una montagna, alla conclusione del proprio capolavoro, quando si rade senza un taglietto; non tutte le ricadute vanno dall'alto in basso, perché sopra e sotto non significano un granché quando non sappiamo più dove ci troviamo. Probabilmente Icaro credeva di toccare il cielo quando annegò nel mare omonimo, e Dio ci scampi da un tuffo così maldestro.
Cara zia, come faremo a riabilitarci? 
C'è chi ha sostenuto che la riabilitazione è possibile soltanto evolvendosi, ma ha dimenticato che ogni ricaduta è un'involuzione, un ritorno al fango della colpa. In effetti, siamo quanto di meglio riusciamo a essere perché ci evolviamo, usciamo dal fango in cerca della felicità e di coscienza e piedi puliti. Chi ricade quindi è qualuno che subisce un'involuzione,e di conseguenza nessuno si riabilità senza evolversi.Ma pretendere di riabilitarsi evolvendosi è una triste ridondanza: la nostra condizione è la ricaduta e l'involuzione, e a me sembra che chi ricade dovrebbe riabilitarsi in altro modo, che comunque ignoro. Non soltanto lo ignoro, ma non ho neppure mai capito in quale momento mia zia e io ricadiamo. Come riabilitarci, dunque, se magari non siamo ancora ricaduti e la riabilitazione ci trova già riabilitati? Zia, non sarà questa la risposta, adesso che ci penso?
Facciamo così: tu ti riabiliti e io ti osservo. Per vari giorni di seguito,insomma, una riabilitazione continua, tu passi il tempo a riabilitarti e io ti osservo. O al contrario, se preferisci, ma a me piacerebbe se cominciassi tu, perché sono un tipo modesto e un buon osservatore. Sicché, se io ricado negli intervalli della mia riabilitazione, mentre tu non lasci tempo alla ricaduta e ti riabiliti come in un cinema a spettacolo continuato, in poco tempo la nostra differenza sarà enorme, tu arriverai così in alto che sarà un piacere vederti. A quel punto, saprò che il sistema ha funzionato e comincerò a riabilitarmi furiosamente, metterò la sveglia alle tre del mattino, sospenderò la mia vita coniugale e le altre ricadute che conosco perché rimandano solo quelle che non conosco, e magari a poco a poco un giorno saremo di nuovo insieme, cara zia, e sarà così bello dire: " adesso andiamo in centro e ci prendiamo un gelato, il mio tutto di frutta e il tuo cioccolato con un biscottino".
Julio Cortazàr, Cado e mi rialzo, Il giro del giorno in ottanta mondi


Io ricado. Sempre. Anche quando è umanamente impossibile nemmeno pensarla, la ricaduta. Sono senza speranza e ricado. E me ne prendo la responsabilità, soprattutto in questo caso.

Tuttavia, lo scrivo qui perché rimanga impresso nero su bianco,come avvertimento, come un " vi ho avvertito prima!".
Le persone che mi orbitano intorno (soprattutto gli uomini che si credono furbi e mi credono più stupida di quello che in realtà sono) non hanno capito una piccola cosa:
solitamente, anche quando non ricado in niente, io lascio passare un po' tutto. Soprattutto le cose brutte e gli atteggiamenti fastidiosi, senso di superiorità compreso. 
Ma arriva un momento, non calcolato né prevedibile, magari nemmeno collegato con la situazione specifica, in cui nella mia testa scatta un molla. 
E' il bottone del limite oltrepassato. Io, o il mio diretto interlocutore del caso, sia esso un amico, un amante, un parente non importa, raggiungo il livello oltre cui non è più possibile pensare un oltre, ma c'è solo il buio. 
E non c'è più niente e nessuno che possa rimediare. 
Nessun fatto, nessuna parola, nessuna azione.
Raggiunto quel limite io non lascio più passare niente. Non perdono più niente. Non credo più nella bontà o nella buonafede di quello che mi viene detto o delle azioni che vengono fatte. Il problema è che è una cosa estrema e la applico anche alle azioni buone e positive, persino alle buone intenzioni. Se raggiungo il limite, chi ho di fronte non è che non esisterà più, semplicemente per me sbaglierà anche quando farà una cosa buona e meritevole. Perché sarà troppo tardi per qualsiasi miglioramento, perché a me non interesserà più cosa di buono avrà da offrire oggettivamente.
E non ritorno mai indietro solitamente. Anche continuando a frequentare il soggetto, sarò per sempre prevenuta nei suoi confronti e l'unica cosa che sarò in grado di mantenere sarà un cordiale silenzio e, mio malgrado, un atteggiamento di sussiego, se non di totale disinteresse.

Ecco, questa cosa capita poche volte. Perché poche volte una persona è talmente importante per me da avere un'ascendente così forte o da spingermi a reazioni che non hanno una soluzione.
Ma questa volta è successa. E adesso basta.


# La mia volontà che raggiunge il suo livello più basso. Ed ha i tuoi occhi e la tua voce.
# Si, lo so, me lo avevano detto. In tanti.
# Cose che capisco, ma non imparo mai.
# Delusioni che non hanno una fine
# i paletti che diventano muri.
# e niente più gelato.

martedì 16 giugno 2015



Sono a Torino da 4 ore più o meno...e si,lo so...senza la pioggia sarebbe mancato qualcosa,ma se ne faceva due gocce meno,giuro,non ci rimanevo male..
 
# esco a fare due passi

# I'm singin'n the rain

venerdì 12 giugno 2015

martedì 9 giugno 2015

" Si guardarono cercandosi in un periodo diverso ma si intravedevano a malapena per cui decisero di sedersi per osservare dove non erano andati o dove non erano arrivati"
 Andrea Ferrato

martedì 2 giugno 2015



Io  non sono una grande amante del caffè. Per anni sono stata rimproverata perché la mia avversione per il caffè veniva puntualmente scambiata per scarsissima voglia di socializzare. La verità è che non ne amo per niente il sapore e tutte le volte che sono in un bar e ne ordino uno, tre bustine di zucchero sono d'ordinanza. Così come, a quel punto, diventano d'ordinanza gli sfottò di qualsiasi barista o cameriere. O del mio migliore amico, ormai intimamente convinto che io gliele rubi apposta. Ma sto divagando. 
Dicevo, non amo per niente di caffè, tuttavia da quando ho cominciato a lavorare con i bambini, ho realizzato che il mio organismo ha impellente bisogno di caffeina. Soprattutto quando sei insonne e dormi giusto 4 ore prima di dover andare a lavoro. 
Così ormai è diventata un'abitudine a cui fatico a rinunciare. Poi sono pugliese e da queste parti il caffè in ghiaccio è una specie di religione: filosoficamente parlando, il caffè in ghiaccio "è come il battito di mani che quando lo pensate è ancora futuro, ma appena lo avete compiuto è già passato" [cit.] 

C'è un posto a Torino di cui mi sono innamorata. E' una piccola caffetteria, Orso, che è stata aperta più o meno nel mio ultimo periodo lì, proprio al lato opposto della via in cui vivevo, di strada verso il parco del Valentino. Io sono riuscita a passarci solo durante le vacanze di capodanno. Lì, oltre ad un servizio ottimo e il personale simpaticissimo, proprietario in testa, ho più o meno ritrovato quella filosofia tutta salentina del caffè in ghiaccio, anche se il caffè in ghiaccio non hanno idea di come si faccia e un po' inorridiscono anche al pensiero. Ma ti offrono una varietà ottima di miscele sud americane, arabiche e nepalesi che compensano in ogni caso la voglia di caffè. Io ne ho trovata una che è talmente dolce e aromatica da rendere obsoleta la mia idiosincrasia e, con essa, tutto il mio siparietto con lo zucchero, cosa questa di cui sarò enormemente grata per tutta la mia esistenza a venire. Nelle tazzine poi, alla fine del rituale, ci trovi anche un piccolo numero stilizzato e a quel numero è associato un pensiero per accompagnare la tua giornata, riportato sul grande poster appeso proprio all'entrata. 

CollegAmica abita proprio in prossimità e ne è un'assidua frequentatrice; ogni tanto, soprattutto dopo lunghe chiacchierate sulla nostra visione della vita, che è sistematicamente inversamente proporzionale l'una all'altra, mi manda i pensieri in pillola. 

Questa mattina è arrivato quello della foto.
E' talmente geniale e il linea con il mio continuo disattendere i propositi di leggerezza nel vivere la mia vita in genere, che ho deciso di farci un magnete o un poster da appendere in camera. 
Magari avendolo di fronte tutte le volte che apro gli occhi, prima o poi, una, sarà la volta giusta.

lunedì 1 giugno 2015


" All I need is a little time / to get behind this sun and cast my weight / All I need is a peace of this mind / Then I can celebrate / [...] All I need is the place to find / and there I'll celebrate "